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Della parola “luogo” si trovano tutte queste definizioni:
un insieme di punti, la posizione di un astro nel cielo, una porzione di spazio il cui limite è la superficie terrestre o il globo immenso. Ancora: un terreno, un edificio, un centro abitato, il momento opportuno. Il passo di un libro, un argomento specifico.
Nessuno di questi significati coinvolge l’appartenenza, la proprietà. Perché il luogo, qualsiasi luogo, ha un’anima libera: è ovunque. Il suo limite è, appunto, il globo immenso.
Quello che più ha valore per noi è il dove noi apparteniamo. L’anima di quel “dove” diventa la nostra stessa presenza.
Di un luogo l’anima
Nella religione romana il genius era una divinità protettrice, l’energia, invisibile agli occhi – ma non a quelli del cuore, propria di un locus concreto e circoscritto. Vegliava sugli spazi abitati dalle persone (un terreno, un convento, un centro abitato) e sulle attività che lì si ripetevano, scandendo il ritmo del tempo e delle vite.
Una divinità che non era da cercare tra le stelle, ma bensì al tavolo con le famiglie, per la cena e, più tardi, a rimboccare le coperte dei bambini nel riposo della notte.
Uno spirito domestico.
Il Genius Loci è il carattere distintivo di un luogo, la sua anima. La stessa in cui ci riconosciamo quando, per la prima volta, varchiamo una soglia senza alcuna aspettativa e ci sorprendiamo a pensare – a bassa voce – “Sono a casa”.
Il legame che sentiamo ha a che fare con certe radici. Del passato può darsi, ma soprattutto del presente. E quasi sempre sono le nostre stesse, che ci sorreggono nell’ora in cui viviamo.
Qui sentiamo di voler restare.
Il possesso non c’entra nulla: l’anima di un luogo è libera, ricordi? Volatile, come l’astro nel cielo. Si tratta di conforto, di fiducia, di protezione e appartenenza.
Di occhi chiusi e respiri di pancia.
Di relazione e coperte di lana.
Che sia una foresta, un soggiorno, il balcone sul retro o la sala d’attesa.
Lì, senti di poter restare.

La storia dall’inizio
In architettura e urbanistica il Genius Loci è la filosofia con cui progettare uno spazio: il rispetto. Per l’ambiente, per la storia, per le dinamiche sociali e culturali che già abitano quel luogo o che lo abiteranno.
Progettare, quindi, prima di assegnare una forma a uno spazio, significa avere attenzione e cura di quanto ci circonda. Con quel sentire rispettoso e quella filosofia che hanno a che fare, anch’essi, con le radici. Non del passato e nemmeno del presente, questa volta. Bensì, del futuro.
Sì, le radici del futuro sono qui, nell’energia di questo ambiente concreto e circoscritto.
Che è una foresta, una camera o il globo immenso.
L’energia di un luogo equivale al “la” nella musica: è la nota maestra di tutta una melodia, l’atto primo di ogni nuovo progetto.
E per accordarsi a quel luogo, per volerci restare, c’è bisogno di un tempo.
Fermarsi quel che basta per lasciarsi colpire dal silenzio, dalla direzione della luce in cui danza la polvere, dal modo che ha l’aria di farla circolare prima di posarsi chissà dove, dalle ombre che, nella ruota del giorno, tornano a dormire nello stesso angolo.
Osservare come le persone attraversano lo spazio, come si muovono, dove rallentano, si scansano e si incontrano. Altrettanto danzano e si posano.
Ascoltare tutta la storia, dall’inizio. Ogni luogo ne ha una e ogni luogo la racconta prima che sia raccontata. Ha una sua grammatica specifica, delle virgole e virgolette, delle sospensioni e delle domande. Dei punti e dei punti a capo, anche.
Un tempo necessario, quindi, per riconoscere che qualcosa esiste già, che la storia è adesso e che i personaggi siamo noi e siamo coinvolti.
Abitare è una relazione

Il welcome sbiadito sullo zerbino di casa, ormai spelacchiato.
La porta a vetri dell’ufficio che, per non lasciare l’impronta del tuo passaggio -anche oggi, la spingi con la spalla sinistra.
La finestra sopra al lavabo, si apre sullo stesso orizzonte, ogni mattina, l’alba. È una certezza, più la finestra che l’alba.
Il pavimento, ogni pavimento: senza non riusciremmo a stare né a restare.
Abbiamo una relazione.
Una relazione con il nostro abitare.
Il modo in cui il nostro corpo, la nostra presenza, si accorda al “la” di un ambiente, diventa appartenenza nel ripetersi di gesti semplici, quotidiani. Sicuri.
Il Genius Loci è una divinità ballerina, proprio come la polvere e le stelle: lei si rinnova a ogni vita vissuta. Cambia e si adatta, diventa rifugio fertile, entusiasta cresce, è gioia ed è prigione. Scappa, si nasconde, rinasce.
Lei, come l’anima di ogni dove, non muore mai.
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Testi a cura di Chiara Foffano – Illustrazioni di Ariele Pirona
